Il 24 marzo di 74 anni fa un ruggito echeggiò nelle cave di pozzolana della via Ardeatina. “Viva l’Italia” è stato il tuo ultimo lascito poco prima di essere abbattuto con un colpo alla testa. Il tuo esecutore non è stato in grado di guardarti negli occhi mentre ti trucidava, ti hanno fatto voltare di spalle: come potrebbe un ratto sopportare lo sguardo di un leone?
Hai scelto di morire: quella mattina del 17 gennaio 1944, quando le SS irruppero nella tua abitazione di via Bertoloni non ti trovarono in casa. Scoprirono tuttavia armi e mezzi da te utilizzati per combattere l’occupazione nazista. Avresti potuto nasconderti, fuggire. Avresti potuto salvare la pellaccia, non curandoti dell’arresto del conte Stacchini, proprietario del polverificio che ti aveva offerto un impiego dopo il confino ordinato dal Duce in persona. Lo stesso polverificio presso cui reperivi materiale esplosivo per le tue azioni di disturbo contro l’invasore nazista.
Eppure quella stessa sera, insieme all’amico Sabato Martelli Castaldi, ti sei consegnato al Comando tedesco pur di far scagionare il Conte Stacchini. Nonostante le suppliche telefoniche di tua moglie, nonostante i tuoi 50 anni, nonostante tuo figlio Roberto, all’epoca appena dodicenne.
Il carcere di via Tasso è stata la tua prigione per 67 lunghi giorni. In quella gattabuia Priebke, Kappler e i loro uomini ti hanno torturato, massacrato e irriso, ma anche quando il tuo cuore era attorniato dalle ombre, nel momenti più cupo, nell’abisso, il tuo spirito non ha saputo cedere: la tua forza è ancora oggi impressa nelle incisioni della cella n.4, quelle incisioni hanno vita propria e costituiscono una reliquia per ogni combattente.
Avresti potuto startene buono, limitandoti a criticare quel regime che ti aveva privato di ogni onore congedandoti anzitempo dai tuoi prestigiosi incarichi militari. Chi mai avrebbe detto che un uomo del tuo rango avrebbe sofferto questa terribile fine? Il 17 ottobre del 1932 hai affrontato lo sferzare del vento libico a bordo di un Ro.1: in quell’occasione, primo al mondo, hai sorvolato il massiccio del Tibesti, al confine tra Libia, Sudan e Ciad: mai nessuno era riuscito in quell’impresa.
Hai combattuto sul Piave, sul Brenta e sull’Isonzo durante la grande guerra, battaglie che ti valsero una Medaglia d’Argento e una Croce di Guerra al Valor Militare.
Hai partecipato ai raid Roma-Atene, Torino-Roma e Londra-Berlino-Monaco-Roma prima di essere spedito in Cirenaica, dove partecipasti alla repressione della resistenza anti colonialista guidata da Omar al-Mukhtar, leone del deserto. Lo stesso che una volta catturato e messo sulla forca, nonostante i massacri subiti e l’uso di gas da parte dell’aeronautica italiana, richiese negli attimi immediatamente precedenti la morte che tutti i suoi effetti personali fossero donati a te. Ti riconobbe come nemico leale e “uomo giusto”.
Consegnando medicinali e viveri alle popolazioni libiche ti inimicasti Rodolfo Graziani: quelle azioni umane, troppo umane, ti negarono il riconoscimento della nomina a Cavaliere nell’Ordine Militare di Savoia, permettendoti tuttavia di guadagnare la stima incommensurabile di chi, straziato, combatteva da anni una lotta finalizzata alla difesa della propria terra.
Portasti in alto il nostro nome anche in Cina, diventando in pochi anni Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica cinese nonché braccio destro del Generalissimo Chiang Kai-Shek. Con quel carisma e quella protervia tipiche dell’essere italiani, le stesse che appartennero a grandi del nostro tempo come Mattei e Moro, battesti la concorrenza tedesca e americana facendo sì che il nostro paese si aggiudicasse commesse per l’acquisto di aeroplani destinati all’aviazione cinese.
Il regime fascista non gradì la portata di questi successi: ti misero delle spie alle calcagna, oggi ne abbiamo le prove storiche. Richiamandoti improvvisamente in Italia su ordine dello stesso Mussolini, decisero di metterti a riposo per mezzo di un Regio Decreto, contro cui avesti il coraggio di presentare non uno, ma ben due ricorsi al Consiglio di Stato per abuso di potere, nel 1936 e nel 1937. Non bastò, il tuo nome fu infangato con false accuse e testimonianze, oggi tutte smentite.
Sono rimasto impressionato dall’ira che la tua dipartita suscitò in Chiang Kai-Shek. In un telegramma inviato al Duce lo stesso lamentava il fatto che “lo si privava del braccio dritto e che non era giusto che egli ricominciasse ad affiatarsi con altri esperti”; “non era vero che Lordi fosse ammalato e che gli risultava imprigionato in Italia”.
Lo stesso ambasciatore italiano in Cina, Lojacono, espresse con un telegramma inviato al Duce queste stesse parole, facendo riferimento a Chiang kai-Shek: “ [segnalò al Duce] l’energia spiegata dal Generalissimo per sostenere ritorno Lordi come nessun Capo di Governo penserebbe mai di fare per una questione di persone e di fronte ad un Rappresentante straniero”.
Il tuo sacrificio ha segnato la storia della nostra famiglia e temprato i nostri caratteri. Il dolore scaturito da quel tragico evento si è trascinato per generazioni, il tuo spirito ha levigato i nostri cuori come l’incessante moto dell’acqua sa levigare, nei secoli, le pietre del letto di un torrente: non sappiamo distinguere tra bianco e nero, non sappiamo approfittare del dolore altrui, non sappiamo ingannare, non sappiamo scegliere la via più semplice, quella che garantisce carriere e successi assicurati. Con questo non intendo dire che siamo Übermenschen: siamo umani, sbagliamo. Tuttavia nell’errore conserviamo quel lume, quell’esempio eterno che mai scomparirà.
Di quel grido, di quell’inno all’Italia nel momento più difficile, Generale, è oggi rimasto ben poco. Sai, essere italiani è per molti oggigiorno motivo di vergogna, di rassegnazione: un’oculata propaganda eterodiretta ha infangato il nome della nostra patria, cercando di debellare lo spirito vitale che pregna ancora questa terra, lo stesso spirito lasciato in eredità dai nostri eroi, da quelli come te. Con che occhi guarderesti oggi un mondo in cui i costi delle crisi si abbattono sui lavoratori e arricchiscono il rentier, parassita della nostra società, secondo quella vetusta logica liberista bollata in sede Costituente come “la scienza creata dall’ottocento” e ripudiata per mezzo della parte economica della nostra Costituzione, sulla quale vi è anche riposto il tuo sangue, il tuo dolore, il tuo sacrificio?
3 anni dopo il tuo eccidio, l’8 marzo del 1947, Gustavo Ghidini, sempre in sede Costituente, ebbe modo di riconoscere che: “non si può negare in modo assoluto che un giorno le forze regressive possano avere la prevalenza”. Sapevano che il mostro si sarebbe rigenerato, attraverso altre forme, come tu, probabilmente, nella solitudine e nell’oscurità della tua prigionia sapevi che saresti morto.
Sai, oggi quel mostro è tornato. Mutatis mutandis, sta suscitando gli stessi effetti che trascinarono l’umanità nell’ecatombe del secondo conflitto mondiale. Ci accorgeremo dell’inganno soltanto quando questa cloaca di banchieri, intellettuali, burocrati, militari, faccendieri e altri membri dell’élite ci schiafferà in volto la verità. Sarà tardi per tutti.
Nel frattempo non dispero e faccio affidamento sul fatto che queste parole, per quanto insufficienti a offrire un degno ricordo dell’Uomo che sei stato, siano lette e apprezzate da chi cova sentimenti di lotta, di resistenza, di speranza.
Il tuo amico Sabato Martelli Castaldi nei giorni di prigionia, incideva sul muro di un’altra cella del carcere di via Tasso queste parole: “quando il tuo corpo non sarà più, il tuo spirito sarà ancora più vivo nel ricordo di chi resterà. Fa che possa essere sempre di esempio”.
Nei momenti più bui ci aggrapperemo al vostro lascito, combattendo.
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In memoria del Generale Roberto Lordi.
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In memoria del Generale Roberto Lordi.




